IV incontro di r-a gennaio 09

Pubblicato il

Ricerca-Azione all’Istituto Aldrovandi Rubbiani

Per un’educazione alla laicità nella scuola

 

 

 

 

 IV incontro

martedi 27 gennaio 2009 h. 14.30

 

Presenti

 

Piero           Psicologia della Comunicazione

Federica      Italiano e Storia

Bruno          Diritto

Antonella     Storia dell’Arte

Giusi           ricercatrice esterna

 

A quest’incontro non era presente Mauro, che anche a gennaio aveva avuto dei problemi a venire. Non avendo però espresso la volontà di non partecipare più al gruppo, supponiamo che ne faccia ancora parte. Il ricercatore collettivo si sta definendo in questo nucleo di insegnanti più presenti.

Oggi sembrano tutti pronti ad affrontare con interesse la seduta di ricerca-azione, ci sono i presupposti per intraprendere un dibattito approfondito.

Vengo a sapere da Federica,  appena arrivata, che l’ultimo serio episodio di violenza nella scuola avvenuto a Bologna, è accaduto in quest’Istituto, anche se in altra sede. Naturalmente la vicenda ha scosso l’intero istituto ed è stata oggetto di discussioni e confronti in consigli e riunioni. Quando apprendo la notizia mi rendo conto che tutti hanno già valutato l’episodio nella sua concreta realtà, l’hanno forse abbondantemente commentato ed analizzato e penso che,  piuttosto che immergerci nell’analisi del problema della violenza nella scuola (come sembrerebbe scontato),  sarebbe più costruttivo riflettere sulla libertà dei ragazzi nelle strutture scolastiche che rappresentano pur sempre dei luoghi  chiusi, dove energie e pulsioni vengono costrette in spazi e tempi predefiniti ed imposti.

Ma gli argomenti di discussione sono diversi e cercheremo di affrontarli tutti in queste due ore.

 

 

Tematiche affrontate:


Isolamento dell’insegnante e disagio che vive con la classe


Laicità nei libri di testo


Religione-politica-laicità delle manifestazioni


Laicità e legge sul “fine vita”


Scuola e dogmi scolastici


Il banco

 

 

 

 

Isolamento dell’insegnante e disagio che vive con la classe

 

Si riprende il discorso del disagio nel rapporto con la classe partendo dalla vicenda dell’insegnante Antonella, citato nella relazione dello scorso incontro.

I commenti di Piero e Federica confermano l’isolamento dell’insegnante con la classe. Molti di loro che vivono momenti di conflitto con i ragazzi, tendono a risolverseli da soli per una sorta di vergogna o di timore a condividere l’esperienza con i colleghi, anche se si tratta di esperienze che riguardano più o meno tutti loro. Si vivono la situazione con un senso di colpa che gli fa temere di essere giudicati inabili a gestire la classe.

 Naturalmente anche qui suggerisco l’utilizzo dello strumento del diario per analizzare oggettivamente i fatti 

Mi soffermo a parlare dell’utilità del diario: il diario di bordo della classe, il diario di ricerca-azione, ancora una volta preciso l’intento collettivo del lavoro di relazione degli incontri, dove la scrittura sviluppata collettivamente evita che venga espresso un solo punto di vista dell’esperienza e che si imponga un unico pensiero e un’unica valutazione alla ricerca.

 

Refrattarietà della cultura occidentale al concetto di “capo”

 

Piero interviene per introdurre le proprie osservazioni sul timore generalizzato di usare alcune parole come “conduttore”, capo o leadership perchè genericamente attribuite all’esperienza del nazismo o del fascismo.

 

Laicità

 

Riprendiamo il discorso sulla laicità come concetto permeabile e trasversale che riguarda ad ampio raggio vari campi del sapere. Accenniamo al punto della laicità come presa di distanza nell’approccio con la burocrazia, come sistema e modello d’azione calato dall’alto, che rappresenta una zattera d’ ancoraggio per tutti coloro che faticano a trovare dei punti fermi nella pratica lavorativa.

 


Laicità nei libri di testo

 

Federica: - Io sto facendo un lavoro di riflessione con la classe. Ci sono ragazzi di diversa provenienza etnico-religiosa. Si parla di come la religione sia un aspetto della soggettività che però non deve intervenire in quei contesti che non sono religiosi.

 

Giusi: - Ad esempio?-

 

Federica: - Per esempio in alcuni libri di testo si può osservare come nel descrivere alcune credenze e religioni vengano usati dei termini piuttosto dispregiativi, i musulmani che vengono chiamati “miscredenti”, ci sono delle pagine nella letteratura che rivelano pregiudizi nei confronti degli ebrei, faccio riflettere i ragazzi su questo...succede soprattutto nei libri di storia, questo può mettere in imbarazzo alcuni di loro che non sono cattolici. C’è il discorso della creazione che è fuorviante: la creazione divina o piuttosto quella legata alla scienza...già da lì si incominciano ad introdurre determinate terminologie. Si discute della terminologia usata dal libro di testo perchè anche loro imparino a coglierla nel leggere i giornali o altri libri e riconoscere il razzismo in questa sorta di aggettivazione denigratoria di tutto ciò che non rientra nella nostra cultura, soprattutto religiosa. La scelta dei libri di testo viene fatta dai docenti sulla base di altre priorità: si guarda alla semplicità con cui vengono spiegate le connessioni causa-effetto, le immagini, anche l’uso della terminologia specifica, però il problema emerge solo con l’uso del libro di testo e col contesto vivo che si ha in classe. Probabilmente se io avessi avuto una classe solo di ragazzi italiani, forse questo aspetto non sarebbe emerso, mentre avere a che fare con persone di cultura e religione diverso te lo fa notare. –

 

Piero: - Sono loro che notano questo o sei tu che lo fai notare?-

 

Federica: - Sono io che lo rilevo alla classe, poi loro fanno dei collegamenti, come per esempio l’uso del termine “barbaro” per i cristiani, gli fa associare questa parola a chi non è cristiano al giorno d’oggi nella nostra società, e quindi temere che potrebbe essere usato anche per loro.-

 

Giusi: - La cultura familiare influisce sull’ approccio laico dei ragazzi all’analisi dei problemi? –

 

Federica: - La famiglia, ma soprattutto la televisione che per esempio insiste molto, come ieri, sulla sensazionalità della reazione della gente agli episodi di violenza con altrettanta violenza, come nel caso dei quattro stupratori arrestati e linciati dalla folla, hanno tenuto a lungo la telecamera fissa sulla scena. Sono queste le cose che secondo me devono essere riportate a scuola.

 

Bruno: - Tu pensi che sia una caratteristica della nostra cultura o che appartenga a tutte quelle culture dove è presente in modo forte il fattore religioso?

 

Federica: - Sicuramente penso che sia una caratteristica di quelle culture in cui è molto forte l’aspetto religioso, certo, andando in un paese di religione musulmana non mi aspetto che la cosa sia diversa, però a me non riguarda il loro punto di vista, mi interessa il mio. Noi siamo uno stato laico dove la religione cattolica ha lo stesso valore della religione musulmana. Quando ho visto la foto dei musulmani che pregavano davanti a San Petronio per me è stato molto bello, mi ha commosso quella foto lì e non mi ha fatto incavolare, io penso che un luogo di culto è un luogo di culto. Molte persone invece, si sono risentite -

 

 

Religione-politica-laicità nelle manifestazioni

 


Bruno:  – A me invece ha fatto un effetto nauseante, io questa “invasione” religiosa non la sopporto più, se vogliono pregare dovrebbero farlo nei luoghi predisposti. –

 

Federica: - Ma quel sagrato lì è un sagrato religioso, allora se c’è la settimana diocesiana la messa sul sagrato si può fare. Io sono una non credente e quindi riesco ad essere equidistante, per me una verità può valere quanto un’altra –

 

Piero: - Ci sono state delle proteste prima della manifestazione contro la guerra fatta a Roma, a causa della preghiera fatta dai musulmani durante il corteo all’ora del tramonto. E’stata sottolineata la laicità della situazione e lo spazio pubblico della manifestazione che non avrebbe dovuto connotarsi nell’aspetto religioso, semmai la manifestazione può cominciare dopo la preghiera che deve svolgersi nelle moschee.

 

Federica: - Vedi io invece non ho paura di queste espressioni religiose, penso che tutti abbiano diritto ad esprimerla, penso che per noi è importante salvare la nostra identità e le nostre tradizioni, le nostre origini, ma d’altra parte non si può pensare ad esse come assoluta verità.

 

Piero: - Bruno, tu prima hai parlato di invasione, ecco parlare di invasione dà l’idea di militare, di barbarico, dà l’idea della violenza. Chi fa le preghiere durante una manifestazione contro la guerra non riesce a separare la politica e il sociale dal religioso, ma ragiona in termini di confusione in questi ambiti.

 

Bruno: - Quello che io contesto è la pretesa di imporre la propria identità sulle altre soggettività. Quello che io veramente più detesto è l’accaparramento di questa benedetta religione islamica da parte della cosidetta sinistra, perchè è la religione dei “preti poveri”, e quindi si appoggia e si sostiene questo tipo di rivendicazione, che secondo me è una contraddizione in termini, perchè non si tratta di sostituire un valore ad un altro, ma di capire che questi concetti vanno relativizzati al massimo. A me non interessa la chiesa cattolica e allo stesso modo non voglio sentir parlare dei musulmani, anche perchè se vado a leggere cosa c’è scritto nel Corano trovo che non sia meglio della Bibbia.-

 

Piero: - I libri sacri contengono un pensiero violento. Ma allora anche la parola “invasione” come la parola “detestare” contengono un significato negativo perchè danno un unico tipo di interpretazione di questo fenomeno. Coloro che professano un’altra religione non vanno considerati nei termini dell’invasione. Allora ogni processione religiosa potrebbe esserlo, non sò, la processione a San Luca per esempio, è sentita come un’invasione? Il punto da contestare è che non si può confondere la situazione di rivendicazione politica come la manifestazione, con i momenti di preghiera, l’importante è che questa rimanga contestualizzata al momento religioso –

 

Federica: - Io trovo che riguardo ai testi scolastici, che sono rivolti a tutti gli studenti, l’uso di alcuni termini denigratori nei confronti delle altre religioni diverse da quella cattolica debba essere evidenziato e discusso. -

 

Giusi: - E’ importante il discorso della separazione della religione dalla politica, il discorso di Bruno è fondato. La sinistra più ideologica, spesso cavalca l’evento anche l’evento religioso per confermare le proprie lotte. E’ facile cadere in questa contraddizione, questo non è un approccio laico alla politica: sostenere le ragioni della religione islamica o musulmana viene facile perchè si tratta di appoggiare i migranti, gente socialmente debole e non tutelata, ma questo cavalcare le religioni altrui ci allontana da una concezione laica della politica che superi i differenti credo religiosi e concepisca la comunità nella sua umanità globale, dotata di una spiritualità unificante e non separatrice. Non può la religione essere manipolata a fini politici.

 Sarebbe da approfondire quest’aspetto della laicità. -

 

Bruno: - Quello che dico è che non c’è bisogno nel pregare, nel momento del raccoglimento spirituale, di ostentare alla città il numero, la quantità, è in questo senso che sento l’invasione, sembra che dicano “siamo qui in nome di Maometto, però, guarda quanti siamo!” -

 

Piero : - Credo che si faccia confusione, loro non la percepiscono come un’invasione, loro non fanno distinzioni tra politica e religione, non è un problema loro, il problema è che le organizzazione politiche di sinistra non hanno posto loro questo discorso della distinzione. -

 

Federica: - Sembrerebbe da alcune ricerche, che quando un lavoratore vive in un contesto in cui intorno alle fabbriche ci sono le  case, l’ospedale, le mense, i luoghi di culto, addirittura il teatro, tutto sommato riesce a vivere meglio e questo facilita l’ integrazione e non vive l’emarginazione. Io leggo quella vicenda della preghiera dei musulmani davanti alla cattedrale più come un segno di speranza verso un superamento dell’odio e della violenza, lo vedo più come un momento di spiritualità, quindi lo vedo positivamente. -

 

Piero: - Purtroppo in tutte le città d’Italia, ogni volta che si è parlato di costruire una moschea, quest’idea è stata fortemente osteggiata dalle forze di destra e leghiste che ci portavano a pascolare i maiali per impedirlo. -

 

Federica: - Dobbiamo essere onesti, a noi fa comodo avere questa gente che viene qui a lavorare, che possiamo sfruttare, ma devono essere “invisibili” -

 

Bruno: - E’ il capitalismo che ha prodotto tutto questo! Perchè non si riesce a garantire uno sviluppo e una crescita economica e culturale senza fare a meno del capitalismo –

 

Piero : - Non è solo un problema di capitalismo: la maggiorparte delle donne ucraine sono qui a fare le badanti a mia mamma, a tua mamma a mia nonna e alla mia bisnonna. Senza la presenza delle straniere non avremmo la cura delle persone –

 

Bruno. – Ma è il capitalismo che ha prodotto un benessere per cui se uno cinquantanni fa aveva bisogno di andare a raccogliere i pomodori, adesso può trovare una fonte di guadagno in un modo più gratificante e questo lavoro lo svolgono gli immigrati  –

 

Giusi: - Manteniamoci presenti comunque al discorso sulla laicità  –

 

Bruno: - Quando si parla di modo di produzione, di lavoro, di scala sociale, la laicità è l’approccio con cui si affronta l’oggetto della discussione –

 

Laicità e legge sul “fine vita”

 

Giusi: - Dunque approccio laico come libertà di interpretazione, da ogni dogma, sicuramente quello religioso, ma anche politico-ideologico.

Un caso eclatante che suscita riflessione sulla laicità è il caso Englaro. Questo discorso potrebbe essere fruttuosamente affrontato con i ragazzi, da vari punti di vista: sia propriamente umano, sia giuridico, sia psicologico. L’ingerenza della Chiesa in una questione sanitaria ed esistenziale come il diritto di morire o di vivere, pone dei dubbi che vanno oltre il fattore religioso. Quest’interferenza violenta ci fa interrogare sull’approccio laico alla problematica. Questa nostra società italiana fortemente condizionata dal cattolicesimo si divide in due: tra chi sostiene l’approccio laico della magistratura che è indipendente dall’esecutivo e dalla Chiesa e chi appoggia il governo fortemente condizionato dalla Chiesa, che legifera sul “fine vita” non riconoscendo l’indipendenza della magistratura. Siamo di fronte all’opposizione tra due paradigmi: il paradigma ippocratico, e il paradigma bioetico. Il padre di Eluana ha scelto di seguire la volontà della figlia, perchè quella è stata la sua ultima volontà, non ne ha avute altre dopo, e dunque è quella che vale. L’atto di indirizzo del governo è stato molto grave, anche il decreto legge proposto dal governo è stato grave, non si giustifica di fronte ad una sentenza della corte d’appello e due sentenze della corte di cassazione. Una legge sul testamento biologico che chiarisca la legittimità costituzionale è opportuno, ma in realtà i cittadini italiani, sulla base della sentenza della cassazione e dei diritti costituzionali, hanno già il diritto di decidere. Art. 32 in congiunzione con l’art.13 sull’inviolabilità della liberta personale, se si mettono insieme esprimono già il diritto degli italiani di decidere.

 

Federica: - Credo che questo sia un tema troppo delicato da far affrontare ai ragazzi, vedo come vanno in crisi quando devono esprimersi in tema di aborto, non riescono a prendere le distanze dall’argomento. Interviene il discorso della dignità umana e ho delle reticenze a fargli affrontare delle tematiche così scottanti, forse sarebbe logico affrontare quei discorsi che nascono da una loro esigenza. -

 

Giusi: - Si possono anche indurre alcuni discorsi attraverso la lettura di alcuni brani o di giornali, o letterari. Credo che siano queste le riflessioni che fanno crescere, il fatto di confrontarsi su argomenti che sembrerebbero dei tabù, li obbliga ad elaborare una coscienza sull’argomento, una coscienza autonoma che non sia la ripetizione di opinioni altrui. Ascoltare le loro opinioni senza indurre in loro convinzioni altrui, ascoltare senza condizionare. Si tratta di ragionare sull’esistenza e sul diritto alla vita e alla morte come qualcosa che esula dalla religione –

 

Bruno: - Io non so se sono in grado di prendere una posizione precisa e di dire se il caso di Eluana dovrebbe essere risolto in un modo o nell’altro,–

 

Giusi . – Ma infatti forse non dovresti farlo, astenersi per sentire cosa ne pensano loro e permettergli di confrontarsi. -

 

Federica: - E’ importante anche capire la visione della sofferenza...questa ragazza in stato di coma -

 

Bruno: - La vita e la morte sono qualcosa di sacro anche per i laci. E’ qualcosa di fronte alla quale restiamo tutti in ginocchio, con tensione e sensibilità. Parlare della vita e della morte è una questione complicata. Il padre di Eluana che chiede che si interrompano i trattamenti, lo fa pensando di interpretare la volontà della figlia, oppure è un diritto che lui ritiene che gli appartenga? Non so se può essere considerata l’applicazione di una volontà come se fosse stato rilasciato quel testamento biologico su cui si vuole legiferare –

 

Piero: - Tutto questo accade in un tempo in cui non c’è ancora una legge sul testamento biologico, siamo ancora all’inizio di un processo –

 

Bruno: - Se mi dovessi trovare a parlare con dei ragazzi, soprattutto con quelli di prima, farei un pò fatica ad articolare delle posizioni che possano aiutaro loro, poi a farsi un’idea...

 

Giusi: - Non è necessario dare la propria opinione, è sufficiente in questo caso aprire il dialogo, aprire il dibattito e stimolare al confronto, da lì poi emergono da sole le opinioni, i sentito dire, ma anche i sentimenti di ognuno rispetto al soggetto in questione –

 

Federica: - Le persone di formazione cattolica, in questi confronti, sono sempre quelle “vincenti”, sono sempre riuscite a prevalere, cioè hanno convinto gli altri. -

 

Giusi: - Mi chiederei a quel punto quali sono gli argomenti “deboli” o “pardenti” portati da chi non è cattolico. Mi viene da pensare che è lì che bisognerebbe lavorare. A quali principi ci si rifà, da laici, nel sostenere il diritto di morire? -.

 

Piero: - Le parole in questo caso hanno molta importanza: per esempio loro usano la parola aborto, ma si tratta di interruzione di gravidanza. “Interropere la gravidanza” è diverso da “abortire”, perchè loro (i cattolici) giocano molto su questo elemento immaginario negativo che parte dalla parola. Il pensiero cattolico non propone soluzioni al problema, idealizza la cosa, ma non responsabilizza.

Li porta ad osteggiare l’aborto, ma non propone nulla per risolvere il problema quando si pone.

Il pensiero laico vede come possibile l’interruzione di gravidanza, ma non la concepisce come un sistema anticoncezionale, piuttosto lavora sulla prevenzione, sulla responsabilità.

Ho affrontato da poco con la VC il discorso della religione rispetto al bisogno di costruire moschee. Una ragazza mi ha detto: “vedi per me, ma soprattutto per mia nonna e mia mamma la moschea non rappresenta soltanto il luogo di preghiera, rappresenta l’unico luogo in cui mia nonna e mia mamma possono incontrare altre persone e socializzare, è un luogo di socialità. Io, che sono giovane ho altri luoghi di socialità.”

Questo lo vedo anch’io con mia mamma, che è anziana e credente, quando viene a trovarmi passa del tempo nella parrocchia vicino casa e quando torna a casa è più contenta, per lei quel luogo è un punto di riferimento. Ci sono dei luoghi che sono socialmente importanti come centri di aggregazione, in Germania, per l’esperienza che ho, la Casa della Cultura è molto importante per i non vedenti, la parrocchia è importante per gli italiani, è un luogo anche di dibattito, non può essere considerata un’invadenza, sono luoghi di socialità. Dobbiamo rompere con questo concetto di religione come guerra, come ostilità, la società non è una base militare, questo è il pensiero di Alkaeida, ma i musulmani non sono tutti Alkeida, i cattolici non sono tutti missionari, interventisti con la funzione di aumentare il numero di fedeli all’estero. -

 

Bruno: - Io chiederei alle ragazze che vivono in questo tipo di cultura, di dibattere sui problemi che le riguardano –

 

Federica: -. Ci sono tante letture del Corano. Molte intellettuali donne stanno facendo degli studi sulle possibili e numerose letture del Corano, dimostrano che alcuni passaggi come il concetto di condAntonella che viene fuori da alcune interpretazioni date al Corano traducono volutamente il libro sacro in maniera coercitiva, ma che in realtà non è questo il vero spirito del Corano.-

 

Bruno: - Ci sono alcune ragazze nelle classi, che se per caso succede che l’insegnante passa tra i banchi e si avvicina per mostrargli qualcosa, si scansano per evitare il contatto fisico, anche involontario, perchè è una cosa assolutamente vietata.-

 

Arriva Antonella. Si rifà il punto della situazione e ne approfitto per individuare più chiaramente le finalità che il gruppo dovrebbe perseguire. Se da un lato approfondisce il tema della laicità, contestualizzandola di volta in volta negli argomenti che emergono dalla cronaca o dalla storia in generale e rispetto a questo è importante confrontare le pratiche e le strategie d’approccio con la classe, dall’altro in parallelo non deve mai perdere di vista il fine formativo della ricerca-azione e dunque il porsi la questione della consapevolezza riguardo al ruolo che svolgiamo nella scuola e all’interno della classe, e soprattutto come autonomizzarsi da una burocrazia che organizza i tempi e non lascia spesso spazio per una formazione reale, per un’autoformazione.

 

Giusi: .-  Il caso Englaro può fare da spunto per una riflessione sulla laicità. Può permettere di interrogarsi sull’esistenza, sulla coscienza che ne ha ognuno. Oltre al discutere delle nozioni scolastiche è importante prendersi il carico di riflettere da soli e con gli altri sul nostro stare al mondo, abbiamo una coscienza dell’esistenza contaminata dalla religione, oppure riusciamo a cogliere la realtà degli eventi astraendoci dai condizionamenti religiosi?

Questo può fare crescere i ragazzi nella misura in cui li si invita a mantenere viva la loro autonomia, la loro libertà di pensiero, piuttosto che rifarsi a modelli. Educare non per plagiare , ma per autorizzare ad esprimersi, il pensiero dello studente ha uno statuto di legittimità pari a quello dell’insegnante e può e “deve”essere ascoltato.-

 

Scuola e dogmi scolastici

 

Bruno: - Il discorso sulla laicità parte molto da lontano, va ad investire delle cose che ognuno di noi, quotidianamente, anche nell’ambito di questo lavoro vive, e lo fa in modo dogmatico, perchè condizionato. L’approccio che ognuno può avere rispetto alla classe. Ci sono insegnanti che sono convinti che durantre le lezioni npn si possano fare uscire gli studenti dalla classe, che si debba a tutti costi provvedere ad una sistemazione dei banchi, queste cose sono da sviscerare. Bisogna capire se sono dogmi precostitutiti oppure se dietro c’è un presupposto di tipo educativo. Quindi parlare di laicità è questo. La laicità è un pò come il carciofo, man man togli le foglie, arrivi al cuore. Non significa parlare solo dei dogmi religiosi, ce ne sono sempre degli altri.

La burocrazia, per esempio è un sistema imposto perchè diventi uno strumento funzionale a chi ha una posizione di dirigenza e di potere, oppure perchè, per  tenere in considerazione tante esigenze in una situazione, è necessario strutturare in maniera rigida la sua organizzazione? C’è per esempio chi chiede che si faccia la mappa della classe... -

 

Federica: - Io sono così, faccio delle mappe della classe e decido io i posti. Li motivo ai ragazzi, se ho bisogno di affiancare uno studente ad un altro per ragioni che io valuto giuste, lo faccio e lo spiego ai ragazzi. Uno studente che ha più bisogno di aiuto con un altro più abile che glie lo può dare, oppure uno studente straniero con chi può aiutarlo a parlare meglio l’italiano. Tendo a rompere i rapporti di coppia basati soltanto sulla...., ma favorire i rapporti di coppia di reciproco aiuto. -

 

Bruno: .- Io ho nove classi e questo problema si posto in tutte, questo non è solo un problema tuo, ma anche di altri insegnanti. -

 

Federica: - Non è un problema, è una visione che ho. Detta così ad una persona che non è interna alla scuola, ne dai una versione che sembra verticistica. Dietro a questa idea c’è una visione molto soggettiva di ciascuno sulla scuola. La posizione dei banchi è una collocazione geografica, ma dietro c’è anche un’idea. -

 

Bruno: - Sembrano idee preconfezionate e imposte, nel senso che per noi è giusto e lo facciamo, ma sembra che sia l’unico modo per risolvere il problema dell’ordine in classe. Ma io dico discutiamone, dal punto di vista della finalità è davvero uno strumento utile e indispensabile, o ci sono altri aspetti che se evidenziati e valorizzati possono portare allo stesso risultato e risolvere i disagi nella classe ? I ragazzi non possono essere soverchiati dalla struttura, dalla burocrazia, dalla rigidità, dai nostri limiti come insegnanti. -

 

Federica: - Ma infatti io sono contraria alle note.

Ci sono per esempio le ragazze che spesso non sopportano di stare vicino ad alcuni ragazzi che le provocano e le disturbano. Poi in fondo loro si rendono conto della logica dell’insegnante che impedisce di stare vicino alla migliore amica con la quale non farebbe altro che parlare.-

 

Ndr “Questo atteggiamento non responsabilizza i ragazzi, perchè si aspettano, come è prevedibile, che sia l’insegnante a stabilire per loro la collocazione separando le persone che messe insieme, sono disattente. I ragazzi che non sono messi in condizione di scegliere liberamente a quali compagni affiancarsi, non hanno l’obbligo di mantenere un atteggiamento collaborativo e presente nella classe, perchè hanno imparato che c’è sempre qualcuno che prenderà provvedimenti e stabilirà per loro una collocazione più adeguata”.

 

Antonella: - Per esempio il sistema della rotazione è un sistema più equo. -

 

Bruno: - E’ umano non avere piacere stare affianco a qualcuno e preferire stare a fianco ad un amico, capita anche a noi adulti. -

 

Federica: Sì, ma noi non possiamo agevolare queste preferenze, ne dobbiamo certo tener conto, ma non posso accettare questi limiti imposti dai ragazzi.-

 

Bruno: - Perché?-

 

Federica: - Ma perchè penso che la scuola sia un luogo dove si impara a mediare con una realtà complessa, si impara ad accettare l’altro in un atteggiamento di apertura e non di chiusura, questo dovremmo insegnare a i nostri ragazzi. –

 

Bruno. – Bisognerebbe andare a fondo nelle ragioni che pongono. Perchè loro sono qui? Questa scelta, di essere qui, che sicuramente è frutto di tutta una serie di una serie contingenze e ragioni valide, porta poi a convivere con gli altri. Stare uno vicino all’altro, chiacchierare e ignorare la presenza dell’insegnante che è qui perchè ti sta offrendo qualcosa che è utile al motivo per cui tu sei qui., questo è il punto. Se non andiamo a fondo con loro su queste ragioni di basi....-

 

Federica: - E’ una questione di consapevolezza. Ma ci sono persone che non arrivano alla consapevolezza di sè neanche alla nostra età.-

 

Bruno: - Ci vuole anche il rispetto verso gli altri. Sai quante volte io arrivo a scuola e alle 8 e 10 ho bisogno di andare già in bagno? Bè io non posso mandare in bagno a quell’ora un ragazzo, perchè un regolamento rigido me lo impedisce.-

 

Federica: - Si tratta di capire anche i casi particolari. Se un ragazzo che si alza alle cinque e mezza del mattino e viene da fuori Bologna, mi chiede di andare in bagno alle otto, allora io glie lo permetto, motivando a tutta la classe le ragioni della mia scelta. Non si tratta di derogare alla regola comune, ma di fare accettare a tutta la classe la situazione eccezionale di qualcuno, cercare il consenso e l’accordo per questa scelta presa. Io credo che noi dobbiamo lavorare sul gruppo classe.-

 

Giusi: - Per quanto riguarda la disposizione in classe, sicuramente decidere spetta ai docenti in accordo tra loro, ma credo anche che debbano esistere dei margini in cui i ragazzi possano sentirsi liberi. La scuola sicuramente è un luogo di costrizione su diversi piani, anche sul piano della collocazione fisica di ognuno all’interno della classe.

Quando decidiamo di affrontare con gli studenti di una classe delle riflessioni aperte su alcuni argomenti, esulando un pò dalla routine quotidiana, allora potremmo approfittarne per modificare, insieme all’approccio tematico, anche quello fisico-geografico, creando le condizioni migliori per riflettere diversamente, perchè un dibattito aperto possa svolgersi.

Dall’esperienza fatta l’anno scorso in questa scuola nella classe IVC, attualmente VC, ne ho rilevato delle evidenze che hanno confermato delle convinzioni sull’utilità di un certo approccio.

 

Il banco

 

Giusi: - Io penso che il banco rappresenti per i ragazzi nella classe una sorta di scudo di difesa, segna un pò il limite tra il loro mondo e quello al di là, che è dell’adulto e dell’istituzione, stare dietro il banco è un pò come stare in trincea. Ci si nasconde dietro il banco creando le condizioni per agire di nascosto, è un mezzo di forte separazione simbolica. L’ordine con cui sono disposti i banchi nella classe richiama fortemente l’organizzazione militare con i soldati in prima linea, quelli in difesa, quelli che chiudono le file, il tutto di fronte all’insegnante comandante dell’esercito. I ragazzi tra di loro non si guardano mai negli occhi, sono tutti affiancati in modo che possano osservare il comandante/insegnante e lui possa ben osservare loro, ma questa disposizione non permette l’incontro diretto e frontale tra ragazzi, questa disposizione classica è pensata in senso unidirezionale e direttiva. Questo non crea i presupposti per lo sviluppo di rapporti umani e relazioni dirette che presuppongono posture differenti, come il guardarsi tutti negli occhi, il percepire il corpo dell’altro, come stiamo facendo noi adesso.

Non possiamo poi lamentarci che si instaurino rapporti violenti tra di loro non appena se ne creino le condizioni. –

 

Bruno: - Certo, la trincea non favorisce la possibilità di avere  relazioni dirette e positive e non porta alla condivisione. Quello che io propongo è: “ cerchiamo di capire quali sono i nostri obiettivi e poi vediamo se gli strumenti che mettiamo a disposizione sono idonei e funzionali al raggiungimento di questi obiettivi”. Io parlo di porsi problema e di trovare delle modalità per gestire il “gruppo classe” Se gli strumenti che mettiamo in atto non funzionano, cerchiamo delle strategie che ci portino ai risultati che ci attendiamo. La condivisione della situazione, fin quando non ci  arriva, giocoforza dobbiamo stare dentro dei ruoli e quindi anche la necessità di agire con autorità. -

 

Giusi: - Nella IVC l’anno scorso ho proposto di cambiare, togliere i banchi durante l’ora di laboratorio che svolgevo insieme a Piero una volta a settimana. Naturalmente questo ha comportato movimentazioni notevoli, ma non mi sono scoraggiata davanti alla perdita di tempo che questo comportava, vista l’importanza della finalità. All’inizio la proposta da me lanciata, di liberarsi del banco li ha un pò turbati, non volevano liberarsi del loro scudo. Poi si sono abituati, al punto che dopo qualche incontro, entrando in classe trovavo già le sedie sistemate in cerchio. La classe in questione non è delle più tranquille, ci sono alcuni che si distraggono volentieri, ma cosa succede quando non c’è più il banco? La persona è esposta completamente agli altri, fisicamente, in tutta la sua presenza, è visibile da tutti ogni movimento o reazione  al contesto, è difficile in quella situazione giocare col telefonino o mandarsi messaggi, risulta troppo evidente e può essere giudicato da tutti, è una condizione che ci costringe ad essere presenti, che ci può responsabilizzare.

 

Cito dal mio diario di una giornata di laboratorio di ricerca nella IV C:

 

Il banco, in classe sembra rappresentare una vera armatura per i ragazzi. Loro sono vestiti dai banchi, senza il banco sono nudi. Quest’oggetto eterno, da cui non si può prescindere in una classe scolastica, riveste più significato e importanza di quanto non crediamo. Non solo è un luogo d’appoggio di oggetti, ma anche di appoggio del corpo. Loro sono sempre piegati in due, seduti, dietro il loro banco che li protegge (dagli sguardi eccessivi, dai giudizi degli altri, dalle valutazioni del mondo). Alcuni di loro, i più stanchi ci si buttano sopra distendendovi il tronco, la testa, le braccia. Lo zaino gli fa da guanciale”.

 

D’altra parte le modalità di svolgimento del laboratorio hanno fatto emergere delle anomalie rispetto all’atteggiamento della classe nella routine scolastica. Il fatto di affrontare delle tematiche che li riguardavano personalmente anche a livello esistenziale, come i concetti di autorità, paura, autonomia, che sono concetti astratti, ma che hanno anche una forte ricaduta nella vita reale di ognuno, li ha messi in condizione di avere comunque sempre qualcosa da dire. Questo partire dall’esperienza di vita, dalle pratiche, per arrivare a teorizzare dei concetti, è la strada per implicare ognuno e portarlo a rielaborare l’esperienza personale anche su un piano teorico. Il tutto, essendo facilitato dalla forma circolare del setting, li ha portati a confrontarsi naturalmente l’un l’altro. La mia presenza non è stata interventista, ma piuttosto ho svolto un ruolo di guida delle discussioni, senza imporre dei criteri. Penso che questa è una pratica semplice che può essere sperimentata ogni tanto dai docenti, che decidono di creare condizioni positive per lo sviluppo di un dibattito su dei temi da affrontare insieme. -

 

Piero: - Io sono nella scuola da un bel pò di anni e fino a qualche anno fa ancora si provavano a fare queste cose.. Si era presa l’abitudine di stare in cerchio, ma la classe era meno numerosa, adesso il numero di studenti per classe è cresciuto e questo rende più difficile la cosa.

Altro problema sono gli insegnanti, la loro forma mentis. L’insegnante pensa che il suo ruolo sia solo quello di trasmettere informazioni, non sa che lo stare in classe comporta uno scambio di comunicazione, ma anche uno scambio di affetti. Purtroppo, è l’insegnante ad imporre gli affetti, la relazione viene imposta dall’insegnante

Se ogni tanto si facessero dei consigli di classe che non  riguardassero solo la situazione disciplinare, probabilmente si troverebbero degli strumenti differenti per gestire o autogestire le classi. La ministra che abbiamo che fa la fenomena continua a mettere l’accento sull’aspetto cognitivo dell’educazione. -

 

Federica: - Ma non è solo questo, sennò allora frequenti le scuole Steineriane che si fanno la loro scuola fuori dal mondo e poi però i ragazzi ne vengono fuori che non si riescono a inserire -

 

Piero: - L’insegnante ha in qualche modo un ruolo di manipolazione. Se si insegna psicologia in questa scuola è solo perchè questa aiuta a vendere, serve a manipolare le coscienze, è psicologia della comunicazione, è l’arte della persuasione, noi insegnanti di psicologia ne siamo coscienti.

Allora la disposizione nella classe non deve essere nè calata dall’alto, ma neanche imposta dal basso. Bisogna trovare l’accordo, deve essere condivisa, non può essere punitiva. Chi disturba la lezione in classe, se messo all’ultimo banco, gli viene concesso di peggiorare la situazione. –

 

Bruno: - Le famiglie di oggi sono famiglie con sempre pochi figli, questo non aiuta nella relazione e nell’essere consapevoli che devi condividere qualcosa con gli altri, che devi fare un passo indietro a favore dell’altro. Per cui quando devono confrontarsi con il gruppo, quando si trovano ad essere uno dei tanti, come andando in gita o situazione del genere, questo crea delle sofferenze e delle frustrazioni che devono essere affrontate non nei termini della rigidità. Si tratta di un lavoro fatto con loro per riuscire a fargli cogliere anche il senso di una loro rinuncia al fine risolvere una situazione che ci riguarda tutti . Altrimenti diventa tutto un muro contro muro, delle volte accettano di subire l’autorità, altre volte sclerano. -

 

Giusi: - La reazione all’autorità è proporzionale diettamente all’intensità dell’autorità. L’autorità è violenza e la violenza si accumula dentro di loro e la scaricano tra di loro. Dare la sensazione della libertà di potersi collocare liberamente nella classe, li scarica dalla tensione negativa dell’imposizione. -

 

Chiudiamo qui il dibattito, e chiedo a tutti di portare avanti un discorso sulla formazione personale, analizzando il percorso intrapreso per giungere a svolgere il ruolo di insegnante in questa scuola.

Chiedersi il perchè si fa la ricerca-azione, perchè la laicità?

 

Federica: vi segnalo che mercoledi prossimo ci sarà un dibattito su Responsabilità, Conoscenza e Giustizia a Scienze della formazione con Canevari

 

Giusi: - Vi chiedo, se ricevete le mie mail, rispondetemi ogni tanto anche solo per dirmi che le avete ricevute, così ho la sensazione di comunicare con qualcuno ...

 

Prossimo incontro martedi 24 febbraio h. 14.30

 

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