La pratica del diario

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La pratica del diario

« “Che cosa è ?” chiese Niceta dopo aver rigirato tra le mani la pergamena e aver tentato di leggerne qualche riga.
È il primo mio esercizio di scrittura,” rispose Baudolino, “e da quando l’ho scritto […] me lo sono portato appresso come un amuleto. Dopo ho riempito molte altre pergamene, certe volte giorno per giorno. Mi pareva di esistere solo perché a sera potevo raccontare quello che mi era accaduto di mattina. […] Così nel corso dei miei viaggi mi portavo dietro la storia della mia vita.» [U. Eco, Baudolino]

 Conoscersi attraverso la pratica diaristica è un “esercizio di scrittura” che può risultare apparentemente scontato e senza finalità speculative, eppure, esso può assumere una forza significativa pari, a quella di un “amuleto”; la forza che attribuiamo al nostro diario, alla nostra autobiografia, è quella che vogliamo sia attribuita alla nostra stessa vita. D’altra parte, l’amuleto è tale solo perché crediamo retroagisca in corso d’opera, e cioè mentre viviamo. Così anche il diario: viviamo di giorno per poi scrivere la sera, scriviamo di sera perché il vissuto acquisti un senso ed esista per noi.
Tenere un diario, secondo R. Hess, è una pratica antica, una forma di raccolta dati utilizzata da chi cerca di riunire, giorno per giorno, gli appunti e le riflessioni sul proprio vissuto, le idee che gli vengono, i suoi incontri, le sue osservazioni. Si tratta di un mezzo efficace per colui che vuole comprendere la sua pratica, riflettere su di essa, organizzarla. L’obiettivo del diario è di custodire il ricordo, per se stessi o per gli altri, il pensiero che nasce nella quotidianità, nella successione delle osservazioni e delle riflessioni.
Esiste però una forma di diario, il diario etnosociologico proposto dall’Autore, che può aprire sentieri inesplorati e inattesi alla ricerca filosofica e didattica in generale. Ma vediamo in che senso.
“Esistono molte forme di diario. In quest’opera ci si interessa solo marginalmente del diario intimo, cioè di quello che viene tenuto dall’adolescente o dall’uomo di lettere, si concentra invece, sul diario etnosociologico, quello che cerca di ordinare un contenuto predeterminato e che ha molteplici oggetti di ricerca. Quel che è certo, è che non esistono confini netti fra le differenti forme di diario e ciò rende ‘improbabile’ questo metodo per l’epistemologia, il ‘doganiere’ della scienza istituita. […] L’etnosociologo può essere: - il professionista della ricerca[…]; - l’operatore sociale, un educatore, un insegnante […]; - lo studente […]. Lo sguardo dell’etnosociologo è qualitativo […] cerca di osservare una realtà sociale ridotta […]. Vuole comprendere le cose interiori. […] Tra gli strumenti di cui l’etnosociologo dispone, il diario è uno dei più importanti.” (pp.24-25)

 Con quali finalità di ricerca si può utilizzare tale pratica, quale valore può assumere la scrittura intima nel momento in cui venga proposta come metodo di ricerca condiviso socialmente e cioè quando il diario sia reso pubblico: significa innanzitutto realizzare “una conoscenza del vivere insieme” e uno sforzo per pensarsi nella propria interitée.
Dal diario intimo al diario di formazione: l’amuleto personale, che con malcelato pudore mostriamo a chicchessia, diventa piuttosto uno strumento di ricerca non solo personale, un’autobiografia condivisa, perché incentrata su contenuti oggettivi e partecipati. La ricerca diaristica, ancorché fissarsi su dati e metodologie puramente quantitative (i numeri, le statistiche, etc.), predilige la qualità, o meglio <<il principio per il quale “l’uomo non è un dato, ma un processo” e quindi “le ‘leggi’ che lo riguardano non possono essere timeless e spaceless, valide in ogni contesto e intemporali”.>> (p. 16)
Dunque il diario può essere praticato, scritto e letto con finalità che vanno al di là dell’uso strettamente personale: l’autobiografia, in altri termini, può diventare “storia” se gli eventi personali dell’esistenza sono inseriti, attraverso la pratica diaristica, in un contesto sociale e in una condizione relazionale.
“È opportuno fare una differenza fra due modalità differenti di utilizzare il diario, ma che hanno la loro ragione di esistere nella misura in cui possono dialogare fra loro: una prima che è quella del diario come momento soggettivo […] e una seconda che è quella del diario come strumento di indagine oggettiva […]. Il diario diventa, così, contemporaneamente uno strumento ‘di formazione e di ricerca; due dimensioni che non vengono più tenute separate, ma che dialogano continuamente all’interno di questo approccio’. […] Nella realizzazione del proprio diario, gli studenti, ad esempio, saranno esortati a tenere presente le implicazioni a livello formativo provenienti anche dai contesti extrascolastici: si innesca, in questo modo, una dinamica complessa che farà avere un quadro più esaustivo dei percorsi formativi visti anche attraverso la prospettiva dinamica scuola/extrascuola.”
Dunque il diario intimo - l’amuleto di Baudolino - può risultare ancora più efficace e incisivo nell’esistenza di chi lo scrive proprio quando “si adotta la strategia della circolazione dei diari, della rilettura del proprio diario da parte di altre persone impegnate nello stesso conteso […], nel momento, cioè, in cui il sé diventa pubblico attraverso la mediazione della scrittura. Il primo a rileggere il diario è spesso il suo autore, ma successivamente è necessario farlo leggere anche agli altri, se non si vuole ridurre quest’attività a puro solipsismo. Come dice Hess, ‘la scrittura è soprattutto un mezzo di comunicazione in differita’, attraverso cui è possibile far avanzare la propria ricerca, promuoverne lo sviluppo e socializzarne i contenuti. Il diario inteso come strumento di intervento educativo e di ricerca impone questa regola: si tratta essenzialmente di una strategia comunicativa basata su un’esigenza di socializzazione e di condivisione.” (pp. 19-20)
Non crediamo sia un caso che il Baudolino di Eco incominci proprio con la rilettura del suo primo diario intimo, il quale, nel corso della narrazione, si mostrerà piuttosto come diario di formazione e di profonda conoscenza, di una conoscenza che supera certo i confini spesso angusti dell’intimità forzata, dalla quale è necessario in ogni caso saltar fuori se si vuole intraprendere una ricerca e soprattutto una ricerca a carattere filosofico.
Proponiamo qui alcuni brevi stralci del testo, a cui per altro rimandiamo il lettore, sperando che da queste basi possa prender le mosse, anche nell’ambito di questo sito, un dibattito aperto non solo sulla pratica del diario, ma sui suoi possibili contenuti didattici in filosofia: un diario ‘filosofico’, per esempio, tenuto da uno studente, potrebbe contenere le sue riflessioni personali e quotidiane sui temi, poniamo, dell’amore o della politica, sollecitati però dalla lettura opportunamente guidata e dallo studio in aula del Simposio di Platone, delle Confessioni di Agostino, della Fenomenologia di Hegel, etc.
L’amuleto intimo potrebbe così manifestare le proprietà di una pietra filosofale...
La conoscenza di sé potrebbe aprirsi alla speculazione e alla crescita intellettuale socializzata e condivisa.
Insomma, la scrittura quotidiana di un diario intimo potrebbe essere ben coniugata - ci chiediamo - con l’apprendimento e la formazione filosofica scolastica e non. Ma lasciando parlare per ora l’Autore, rimandiamo a un’altra sede l’approfondimento in tal senso.

Dal capitolo 7: “Rileggere, far leggere il proprio diario ?”
Realizzare il proprio diario è prima di tutto un’attività individuale. È una disciplina che imponiamo a noi stessi. Questa attività appare talvolta come ‘masochista’, anche se B. Didier ne ha sottolineato il lato ‘gioioso’. Contrariamente alla corrispondenza che si basa sull’idea che il destinatario è vicino a voi e che voi costruite una relazione, certo differita, ma reale con lui, il diario richiede una disciplina a lungo termine. Alcuni diari sono tenuti per sé […] Non è esattamente la postura dell’etnosociologo. Certo, l’etnosociologo è solitario allorchè realizza il suo diario giorno dopo giorno, ma, nello stesso tempo, egli sa che il suo diarismo è una forma sociale d’osservazione. […] Il diario diventa allora uno strumento d’intervento. Egli può scrivere anche per essere pubblicato.

Dall’Interludio 1: “Estratti del diario relativo alla redazione di questo libro”
Mercoledì 7 gennaio
Mi sveglio alle 5 :30 con delle precise idee in testa. Bisogna che mi ripubblichino il mio diario (originale) degli anni 1982-1983. […] Ho organizzato il mio diario intorno alla vita del liceo...Ma esso poteva essere organizzato attorno alla vita intellettuale […]...Oggi, ho dei diari differenti in base alla tematica. All’epoca non avevo che un ‘diario totale’. […] Bisogna che mi metta a scrivere il libro sul diario...René Lourau scrive libri e allo stesso tempo fa il diario del suo libro (come E. Morin). Io faccio dei diari e sento di dover fare un libro che offra la teoria dei diari che faccio...o che trovo nei documenti di famiglia.” […]

Mercoledì 11 febbraio
Discussione con lo psicosociologo André Lévi. Gli parlo della mia scrittura. “Ciò è del passato” mi dice. “Oggi i giovani non scrivono più”. Mi parla di telefoni portatili... Gli dico che il Web (Internet) obbliga a scrivere. Egli trova che questa non è vera scrittura nella misura in cui ciò che si scrive sono messaggi molto brevi, senza riflessione. Non sono sicuro di ciò che dice. D’approfondire.Anche noi non ne siamo proprio sicuri... se così fosse, un sito filosofico non avrebbe ragione d’esistere. Ma, a proposito di filosofia e pratica diaristica, rivolgiamo, in conclusione, due domande a F. Palese, traduttore e curatore del testo.

Prima domanda
Nel tuo saggio introduttivo, dal titolo Autobiografia e diaristica nella formazione e nella ricerca, sottolinei la necessità, sostenuta da R. Hess, affinché un diario intimo diventi diario di formazione e ricerca, di renderlo pubblico, di socializzarlo.
Volevamo sapere da te se l’Autore intende così creare un circolo virtuoso fra intimità della pratica diaristica e socialità della ricerca, fra la scrittura di sé, orientata però verso contenuti oggettivi e condivisi, e la lettura pubblica di osservazioni assolutamente personali. Secondo te, è questo un metodo che potrebbe funzionare, per esempio, nell’apprendimento scolastico della filosofia oltreché nella comunicazione filosofica in genere ?

Risposta
La filosofia è da sempre, innanzitutto, un tentativo di comunicazione. Nelle sue varie forme, orali o scritte, la filosofia ha sempre cercato il modo di comunicarsi, anzi - diciamo meglio - i filosofi hanno cercato di farlo. Pena, il naufragio. Quello che ho cercato di sostenere nella mia introduzione, cercando di far dire al testo di Hess anche quello che è nascosto fra le righe, è che il diario è uno strumento che in un certo senso potrebbe annullare la distanza fra docente e alunni, fra ricercatore e contesto di ricerca, fra alunni e alunni, e così via. Per fare ciò ritengo necessaria una dimensione “pubblica” di questo strumento, che non sia solo il semplice annotare i propri stati d’animo, ma che rappresenti una vera e propria modalità della scrittura. La didattica della filosofia e la comunicazione (ricerca) filosofica in genere non penso che facciano eccezione. Far tenere a docenti e studenti, ad esempio, dei diari delle letture fatte, delle proprie riflessioni, nel corso di un semestre o rispetto ad un argomento comune, per poi metterli in circolazione, potrebbe essere una strategia formativa molto interessante, soprattutto per gli evidenti meccanismi di rinforzo (dati dalla lettura e rilettura del testo) che ne seguirebbero.


Seconda domanda
A proposito del diario come amuleto oppure come strumento di ricerca - il diario intimo e il diario etnosociologico - esiste fra i due, secondo te, una separazione netta di metodo e di merito ? Oppure no ? E inoltre, di quali contenuti concreti potrebbe riempirsi tale pratica del diario ?


Risposta
È evidente che una divisione netta è impossibile da tracciare. Detto questo, però, vanno evidenziate alcune caratteristiche metodologiche che, secondo quanto afferma Hess, un diario inteso come strumento di ricerca o di educazione, dovrebbe rispettare. Innanzitutto, sarebbe il caso di darsi un argomento o, almeno, un ambito di riferimento. Come ho già detto, ad esempio, si può tenere un diario delle proprie letture e, più in dettaglio, delle proprie letture filosofiche e, ancora, delle letture che riguardano un certo progetto di ricerca o di studio... Insomma, si può decidere di dare un certo grado di specificità al proprio diario. In secondo luogo, la pratica dovrebbe essere delimitata nel tempo: un corso universitario, le giornate di un convegno, un periodo di stage all’estero... Si possono, in ogni caso, tenere più diari contemporaneamente, su diversi argomenti, condiverse scansioni temporali, con diverse finalità... Qual è il vantaggio di darsi delle regole: lo stesso di qualsiasi altra forma di scrittura che riguardi lo studio o la ricerca, con la differenza che il diario è uno strumento privilegiato che permette di ricostruire (nell’eterno movimento sé/altro, dentro/fuori) i percorsi, i contesti, le difficoltà che si incontrano.

 

Rémi Hess, La pratica del diario, a cura di Fulvio F. Palese, Besa Editrice, Lecce 2001

di Carla Fabiani

http://www.filosofia.it/pagine/libri/La_pratica_del_diario.htm

15/12/08

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