II incontro di r-a novembre 08

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II incontro

R-A Istituto Aldrovandi Rubbiani

Anno scolastico 2008/2009

 

Martedi 18 Novembre 2008 h 14.30/16.00

 

 

 

Presenti

 

Piero               Psicologia della Comunicazione

Federica          Italiano e Storia

Bruno              Diritto

Mauro             Italiano e Storia

Nina                Inglese

Giusi               ricercatrice esterna

 

 

 

 

 

Il II secondo incontro si è svolto in maniera fluida e partecipata, il gruppo di ricerca si è implicato sin dal principio, segno evidente che dopo il debutto di ottobre i singoli insegnanti si sono coinvolti nella riflessione e nell’elaborazione di concetti e nella ricerca di strategie d’azione con la classe.

Aurora,’insegnante di Italiano e Storia, presente al primo incontro, non è tornata a far parte del gruppo.

Quest’abbandono ci penalizza, perchè l’esperienza di un’insegnante con una certa anzianità di carriera, che viveva delle forti problematiche rispetto al lavoro collettivo, poteva far emergere i disagi più forti che vivono i professori che insegnano già da anni nella scuola. Nutrendosi, la ricerca-azione, di problematiche da affrontare per escogitare i mezzi per risolverle, la sua presenza, anche se critica, avrebbe portato certamente altri stimoli alla ricerca.

In compenso è entrato nel gruppo di ricerca un nuovo insegnante di diritto, Bruno, che non ha potuto partecipare all’incontro di ottobre. Sarebbe meglio forse che si chiudessero, a questo punto,le adesioni al il gruppo di ricerca, per evitare di disperdere energie nell’intento di accoglierne dell’altre.

 

 

Problema del disagio dell’insegnante

 

            La seduta è stata aperta con la relazione sul I incontro che ho  preparato nel mese scorso.

Il problema che è apparso cruciale è quello dello scollamento tra ricerca universitaria e pratica scolastica. Gli insegnanti risentono di questa distanza tra la ricerca e l’insegnamento scolastico, cerchiamo quindi andare a fondo per capire dove si percepisce questo distacco, che è reale e visibile. La ricerca universitaria in Scienze dell’Educazione e della Formazione si interessa della pratica scolastica nella sua concretezza? Dell’insegnamento nel suo processo quotidiano?

 

 

Federica esprime una serie di difficoltà nel lavoro di insegnamento. Sente che per lei questo non corrisponde più alle sue vere motivazioni. Ha l’impressione di non avanzare nella sua crescita professionale e si chiede quale formazione può essere valida per rimotivare i docenti della scuola superiore italiana. Si trova ad affrontare una routine dell’insegnamento che rischia di essere schematico e ripetitivo. Parla del disagio dell’insegnante nella classe e denuncia l’immobilismo di una scuola che non cambia da trent’anni, nonostante le riforme messe in atto dai governi che si sono succeduti, ma che non affrontano nel concreto la pratica dell’educazione.

 

 

Il bisogno di cambiamento

 

            L’istituzione nella scuola è vissuta come coercitiva nel senso che non spinge a fare dei salti in avanti a livello metodologico e didattico, nonostante i passaggi generazionali e i cambiamenti enormi che la società ha subito.

Federica è evidentemente delusa e demotivata dalla sua professione. Accenna all’aspirazione ad un cambiamento nel ruolo professionale nella sua vita, al quale però ha rinunciato.

 

A questo discorso si collega Bruno, che è un insegnante critico, ma non polemico, con una formazione giuridica e sociologica.

Imposta il suo intervento sulle difficoltà e i disagi che dopo trent’anni di insegnamento appaiono chiari, con un certo senso di impotenza e delusione rispetto al sistema. Secondo lui il sistema scolastico non fornisce i mezzi agli insegnanti per attivare un vero cambiamento nella scuola. Le istituzione tendono a far permanere questo status il più possibile per il mantenimento del loro sistema di potere e controllo.

Sostiene che da una statistica piuttosto recente, risulta che gli insegnanti sono la categoria professionale che in Italia oggi soffre maggiormente di depressione. Bruno si chiede il perchè di questo stato motivazionale in cui versano i professori delle scuole italiane: probabilmente le istituzioni non favoriscono la risoluzione del problema scuola. Nè i libri di testo, nè la didattica è cambiata in questi anni.

E’ manifesto per alcuni il senso di inadeguatezza del sistema scolastico rispetto a quelle che sono sentite come esigenze educative contemporanee, in una scuola invece ferma a impostazioni didattiche vecchie di anni e che adesso rischia di indietreggiare paurosamente a causa dell’approvazione dell’ultima riforma.

 

 

Abbiamo chiarito già nello scorso incontro che ci sono due filoni tematici da affrontare: uno è quello delle metodologie d’approccio alla ricerca che conduciamo ed un altro è quello più contenutistico che riguarda l’oggetto della laicità. Le due cose non possono essere scisse per poter elaborare delle modalità di intervento nella classe.

 

 

Metodologie

 

La pratica del diario 

 

Il registratore da me attivato all’inizio dell’incontro di ricerca-azione, non ha funzionato, risultato: tornata a casa non avevo più nessun documento che testimoniasse le due ore di discorsi intensi fatti dal gruppo di ricerca. Ho pensato di fare di necessità virtù e  mandare una mail a tutti coloro che avevano partecipato per chiedergli di scrivere quello che ricordavano sia dei propri interventi nei discorsi affrontati, sia eventualmente dei discorsi degli altri.

E’ un tentativo di far sperimentare la scrittura collettiva, perchè attraverso la ricostruzione individuale dell’incontro da parte di ogni membro, si può ottenere quello che dovrebbe essere il diario di bordo di un gruppo di ricerca. Si può a questo proposito aprire il discorso della pratica del diario. Un diario di bordo tenuto da ogni membro del gruppo, dovrebbe contenere due parti: una relativa alla visione personale dell’incontro e della dinamica di gruppo, un’altra che riguarda la sintesi delle riflessioni di ognuno esposte nel gruppo. Dunque un piano di visione collettiva e un piano personale.

Raccontare la dinamica di gruppo come è vissuta da ogni membro  è molto importante per produrre un’analisi comparata.

 Remi Hess “La pratica del diario” Besa Editrice, 2002

 

 

Ipotesi di autonomizzazione

 

Intervengo per suggerire che, se si sente il bisogno di operare un cambiamento, questo può cominciare ad avvenire già da parte di ogni singolo insegnante con la classe: cambiare approccio per cambiare le istituzioni.

Poi attraverso il lavoro collettivo di confronto delle problematiche e delle strategie di risoluzione, si mette in atto quel cambiamento che allarga le prospettive di ogni singolo operato.

C.Freinet ha introdotto il principio della pedagogia attiva e il concetto di autonomia nel sistema scolastico.

I ragazzi dovrebbero essere portati in condizione di essere soggetti autonomi e per far questo l’insegnante stesso dovrebbe essere autonomo. Per esempio il concetto di produzione autonoma di un elaborato. Come in origine poteva essere il giornale di classe, frutto del lavoro collettivo degli studenti e della sperimentazione nell’utilizzo della stampa, adesso si può trattare della creazione di blog tematici curato dai ragazzi con o senza la supervisione dell’insegnante

 

 

Generazione cinica e massmediatica

 

I nostri ragazzi appartengono ad una generazione appiattita dalla cultura televisiva sulla quale bisognerebbe lavorare per infondere altri principi e uno spirito un pò più critico.

Bruno parla del cinismo dei giovani e della loro insensibilità. Addirittura nota la loro indifferenza rispetto a chi è più sfortunato di loro, rispetto per esempio  a chi è portatore di handicap.

Poi si chiede come può lui, che insegna dirittto e vede ogni classe solo due ore a settimana, impostare una relazione più profonda e costruttiva con gli studenti.

Si sente la stanchezza dell’insegnamento, un vissuto professionale lungo e forse un pò deludente.

Credo che questo debba essere oggetto di riflessione per non dare per scontato che non possano anche essere valorizzate delle attitudini positive degli studenti.

Piuttosto credo che nell’intento di omologarsi a modelli di sottocultura, i ragazzi mettano da parte le loro potenzialità cooperative. Forse sta all’implicazione di ogni insegnante fare un lavoro di comprensione e ascolto che ne rispetti le individualità senza cadere nelle generalizzazioni che portano poi a concepire l’insieme della scolaresca solo come “gruppo classe”.

Un atteggiamento di ascolto sensibile per esempio, presuppone una postura “laica” perchè neutrale, di equidistanza, di distacco implicato, necessario all’insegnante per essere presente umanamente nella relazione, senza d’altra parte lasciarvisi annientare.

Quest’approccio positivo ed equidistante crea il terreno per un’evoluzione verso l’autonomia e per lo sviluppo di uno spirito critico con una postura creativa ed operativa nel lavoro. Si tratta di valorizzare le loro attitudini, di cercare di sollecitare la loro sensibilità per constatare se davvero la cultura massmediatica degli ultimi decenni è riuscita a neutralizzarla, “anestetizzandoli”.

 

 

Approccio non direttivo

 

Suggerisco di provare a riflettere su un cambiamento di atteggiamento verso la classe, perchè nella routine dell’incontro col docente, gli studenti si aspettano ciò che gli viene da sempre proposto.

Fare uno sforzo creativo per riuscire a sorprenderli può innescare la curiosità e l’attenzione risvegliata dalla sorpresa, anche da piccoli cambiamenti.

La direttività dell’insegnamento soffoca quella libertà che legittima l’intervento degli anelli deboli di ogni gruppo.

 

 

Formazione ed emancipazione degli insegnanti

 

Il lavoro di ricerca svolge nel contesto scolastico un’importante funzione ai fini della formazione, che è soprattutto auto-formazione. Ma qual’è l’approccio delle istituzioni con la formazione professionale?

Gli stessi insegnanti pongono il problema delle motivazioni al lavoro di insegnante

Troppo spesso il termine formazione è caricato di altri significati che non sono relativi alla crescita personale e professionale dell’adulto, è un termine inflazionato da una pratica di decenni di svilimento del suo senso più profondo, in cui è prevalso l’aspetto funzionale all’occupazione nel mercato del lavoro e all’ economia.

Dovremmo cercare di mettere a fuoco l’utilità formativa che la ricerca-azione può offrire.

 

            Nella ricerca-azione, il processo d’ implicazione con le relative fasi di dibattito, riflessione, elaborazione di strategia di azione e verifica di queste ultime, conduce l’insegnante necessariamente ad assumere un’atteggiamente più presente e consapevole rispetto al proprio contesto operativo: la scuola nel suo insieme e la classe nello specifico. E’ questo un processo di autoformazione che a partire dal confronto collettivo, fa si che ognuno si doti autonomamente degli strumenti per affrontare la tematica in questione, non in modo passivo, rispettando modalità imposte, ma in maniera creativa e funzionale ad un cambiamento nella relazione pedagogica.

I tre punti risolutivi a cui facevo riferimento anche nello scorso incontro, caratterizzano una postura e legittimano lo statuto di ricercatore nell’insegnante verso la propria pratica (insegnamento come attività di ricerca, funzione sociale e microriforma della pratica scolastica, funzione politica dell’insegnamento, dinamiche istituenti)

Per esempio Antonella che sta lavorando sulla donna nell’arte, che fa corsi di aggiornamento con visite al museo ed è dunque impegnata in un suo personale percorso formativo, potrebbe utilizzare questi apprendimenti per costruire un percorso di ricerca anche modesto, per un periodo determinato.

 

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